NDRANGHETA, OPERAZIONE ARTEMISIA: UNA “GUERRA” PER IL CONTROLLO DI SEMINARA

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UNA FAIDA ANTICA TRA GRUPPI CONTRAPPOSTI «Le faide tra gruppi mafiosi hanno una radice nell’affermazione del potere mafioso all’interno della propria zona, che necessariamente deve essere controllata da un gruppo per poi avere una proiezione esterna».

REGGIO CALABRIA Ad affermarlo è stato il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Michele Prestipino, commentando l’operazione “Artemisia” condotta ieri dai carabinieri.

«Se non ha il controllo totale del proprio territorio – ha aggiunto il magistrato – il gruppo non ha interlocuzione con le altre cosche, soprattutto non ha potere di rappresentanza sugli affari che avvengono al di fuori del proprio territorio. Questi affari possono essere conquistati e gestiti in modo proporzionale al potere che si ha nella propria zona di influenza».

Una conferma è venuta dai risultati dell’inchiesta che si sono occupati degli ultimi capitoli della storia infinita della faida di Seminara, una scia di sangue lunga quasi quarant’anni che per i metodi belluini di risolvere i conflitti tra cosche, ha fatto conoscere anche fuori dai confini regionali il piccolo centro dell’entroterra tirrenico.

«Una faida antica», l’ha definita il colonnello Leonardo Alestra, «tra gruppi contrapposti con equilibri che mutano in continuazione».

E ogni volta che si rompe un equilibrio sempre più precario si registrano esplosioni di violenza mafiosa. «La faida – ha spiegato Prestipino – è un fenomeno sempre preoccupante. Preoccupa lo Stato che nel febbraio dello scorso anno ha attivato un meccanismo d’urgenza, con l’arresto di tre personaggi, per porre fine alle azioni armate e impedire la consumazione dell’ennesimo fatto di sangue».

Ma la faida preoccupa anche l’antistato: «Quando si arriva a un punto di non ritorno – ha aggiunto Prestipino – gli uomini delle cosche s’interrogano sui benefici di una situazione di estrema conflittualità. È in una situazione del genere che i più autorevoli si incontrano per trovare un momento di equilibrio».

Il procuratore aggiunto ha invitato a ricordarsi che «siamo sempre in presenza di articolazioni di stampo mafioso che agiscono secondo la logica della conquista del potere». È il potere, dunque, la motivazione base che spinge a imbracciare le armi per annientare i rivali. Un potere da esercitare anche fuori dai confini del territorio di competenza: «Seminara è un piccolo centro – ha ricordato il procuratore aggiunto – dove non ci sono grandi interessi legati ad appalti o grosse attività commerciali. Gli interessi si trovano nelle zone limitrofi, con i lavori dell’autostrada. Controllare il proprio paese è la condizione essenziale per esercitare il potere fuori dal territorio di competenza, per accreditarsi ai tavoli delle spartizioni delle grandi torte, per avere titolo all’accaparramento di quote nelle attività illegali».

Nell’indagine che ha portato all’operazione “Artemisia” hanno trovato spazio intercettazioni telefoniche e ambientali, oltre a tre informative, redatte dagli appartenenti alla compagnia carabinieri di Palmi. Una di queste informative esalta altri elementi a supporto dell’indagine “Topa”, e sottolinea ulteriormente il controllo della famiglia Gioffré “‘ndoli” sull’amministrazione comunale in ordine ad alcuni episodi estorsivi.

Con la stessa informativa vengono denunciati i membri della famiglia Santaiti, altra “storica” ‘ndrina del locale di Seminara. Con la seconda e la terza informativa, invece, viene fotografata la faida in atto tra le famiglie dei “‘Ndoli-Siberia-Geniazzi” e quella dei Caia-Gioffré (questi ultimi detti “‘Ngrisi”).

Di particolare rilievo risultano le intercettazioni ambientali effettuate nelle sala colloqui dei vari istituti penitenziari dove sono detenuti gli indagati Giuseppe Gioffrè, Antonio Caia, Carmelo Caia, Saverio Laganà. Altri interessanti risultati sono venuti dalle intercettazioni realizzate piazzando una “cimice” sull’autovettura in uso ad Antonino Gioffrè.

Alle intercettazioni ambientali si sono affiancate anche le intercettazioni telefoniche sulle utenze in uso agli indagati nonché le intercettazioni telefoniche concernenti le chiamate in uscita dal carcere di Sulmona ove era ristretto Antonino Gioffrè.(p.t.)

Redazione GazzettadelSud

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